Dai un boost alla tua produtivitá facendo fuori alcune abitudini nocive

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Tutti noi vogliamo essere più produttivi ma a volte cerchiamo di incrementare la nostra produttività in maniera errata ottenendo l’effetto opposto. Soprattutto nella realtà attuale ci sembra davvero di non avere più orari, ci sentiamo oberati di lavoro e sfiniti.

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Spesso cerchiamo di aggiungere sempre più mansioni alla nostra lista di cose da fare, cerchiamo di essere multi tasking quando invece la cosa migliore sarebbe proprio tagliare alcuni dei impegni della nostra to do list e concentrarci su poche cose ma essenziali.

Vi elenco alcune abitudini e consigli pratici da eliminare per ottenere un incremento della produttività.

  • Fare le cose meno importanti per prime- Quando abbiamo una mansione da svolgere che ci stressa o ci fa paura, tendiamo a procrastinare; la mettiamo nel cassetto e la chiudiamo nella vaga speranza che si risolva da sola. Improvvisamente ordinare la scrivania, ordinare il desktop, guardare il meteo, lavare la tazzina o la borraccia per l’acqua diventano tutte prioritarie. Sono tutte attività che ci tolgono tempo ed energia e ci distolgono l’attenzione dalle cose veramente importanti che dobbiamo fare. Invece di partire dalle cose meno impegnative partiamo da quelle che più ci incutono timore. Non solo daremo un boost di energia e autostima alla nostra giornata ma ci aiuterà a mantenerci concentrati sul nostro obiettivo.
  • Sognare invece di fare– Spesso ci troviamo a sognare ad occhi aperti al risultato di un progetto, a come sarà quando lo finiremo, ai complimenti che riceveremo dal manager e dai colleghi. Oppure, al contrario, ci lasciamo prendere dalle paure e pensiamo a quali conseguenze negative potrebbe avere sul esito del progetto un nostro errore, una nostra svista. Invece di sognare, facciamo che è meglio:)
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  • L’uso dei social media– I social media sono uno dei “ladri” del nostro tempo più famosi. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto tempo passiamo a scorrere le varie pagine dei social. Ci sono alcune app che ci fanno vedere il tempo impiegato per ogni social. Ci resterete sorpresi! Una buona pratica per eliminare questa bruttissima abitudine è quella di bloccare tutte le app durante l’orario di lavoro oppure prefissarsi alcuni minuti ad esempio 10 minuti in pausa pranzo da dedicare ai social e basta. Meglio ancora: se abbiamo un cellulare solo per il lavoro, non scarichiamo proprio le applicazioni se non quelle strettamente connesse con il lavoro.
  • Sparlare e/o chiacchierare- Il chiacchiericcio è qualsiasi discussione che non porta alcun valore aggiunto alla nostra vita. Queste conversazioni potrebbero darci soddisfazione sul momento ma quando capiamo quanto tempo ci ha rubato…..ecco che arriva la frustrazione. Meglio usare questi minuti di pausa per chiedere ai nostri colleghi un “come stai” sincero, ascoltando anche con attenzione ed interesse la risposta oppure parlare con colleghi con cui non parliamo spesso e scoprire di più sul lavoro che svolgono ogni giorno i nostri colleghi di altri dipartimenti.

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  • Dire sempre di sì e voler a tutti i costi accontentare sempre tutti– Aiutare i colleghi nel momento del bisogno è sicuramente segno di nobiltà d’animo e gentilezza. Attenzione però a non diventare quella persona alla quale vanno tutti quando non hanno voglia di prendersi la responsabilità per il proprio lavoro. Impara a selezionare i momenti in cui il tuo intervento è davvero impellente. Altrimenti, non fai altro che sottrarre del tempo prezioso alle tue mansioni a discapito della quantità e della qualità del tuo lavoro. E soprattutto ricorda sempre di dare priorità alle tue mansioni. Non devi piacere ai tuoi colleghi solo perché sei sempre disponibile e soprattutto non devi sempre piacere a tutti.

  • Organizzare e riorganizzare– Organizzare va benissimo e io sono una grande fan delle to do list. Le trovo davvero utili e funzionali. Attenzione però: non siamo dei robot e nella vita ci possono essere degli imprevisti. Se una cosa si modifica nella nostra to do list, non dobbiamo perdere ore per risistemarla o per rifarla trovando il modo migliore per riorganizzare il tutto. Cerchiamo di essere flessibili ed adeguarci alle situazioni.
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Come sempre, vi sottolineo che aver letto questo articolo, un libro o altri 10 articoli non aumenterà la vostra produttività ed il vostro benessere.

Dovete iniziare a mettere in pratica one step at a time, inserite un piccolo cambiamento ogni giorni ma siate costanti. La costanza premia sempre.

@theappliedpsychology

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Eppure non riesco a dimagrire….

La correlazione tra Cervello e Intestino

Vi è mai capitato di mettervi a dieta, di fare tanto sport ma di non riuscire comunque a raggiungere il peso desiderato?

Frustrante, vero?

Quella sensazione in cui nonostante tutti gli sforzi, i sacrifici, nonostante le ore in palestra, le ore di corsa, nonostante tutto, il peso resta sempre uguale o aumenta.

Non vi preoccupate, c’è una spiegazione scientifica a tutto questo.

La spiegazione è che il nostro organismo vive di grandi connessioni multiple e dinamiche.

Il Cervello cranico interagisce notevolmente e dinamicamente in ogni momento della nostra vita, con il GUT e con l’intestino.

Nel nostro corpo ci sono alcuni networks, quali il PNEI (Psico-Neuro- Endocrino-Immunologico), l’asse GUT- Cervello Cranico, l’asse Gut- Brain-Liver- Skin Axis).

Il GUT è la struttura anatomica che inizia dalla bocca , continua con l’esofago, lo stomaco e l’intestino e termina con l’ano e contiene una moltitudine di microrganismi che prendono il nome di GUT Microbiota.

Il Gut microbiota è composto da molte classi di batteri ma anche da virus e funghi (come la Candida), tutti in equlilibrio dinamico e competitivo tra loro.

Le quantità numeriche di una classe di batteri o funghi aumentano o diminuiscono rispetto ad altre classi a causa di vari motivi come lo stress, un’alimentazione squilibrata, tossine di vario tipo ecc.

Il GUT microbiota produce sia sostanze nocive che sostanze utili per la nostra salute. Ciò dipende dalla quantità di batteri buoni e cattivi, dai funghi e virus e dai rapporti quantitativi tra le varie specie microbiche.

I microorganismi del Gut microbiota sono anche in grado di orientare le ns scelte alimentari spingendoci a consumare quantità elevate di sostanze che garantiscono loro la soppravivenza e proliferazione.

Quindi chi sofffre di Disbiosi (alterazione del GUT microbiota) è spinto ad alimentarsi in maniera squilibrata, prediligendo gli alimenti dolci, ricchi di zucchero.

Spesso, questo fenomeno si verifica nel soggetto in contemporanea ad un altro fenomeno altrettanto dannoso, ovvero il Carbo Craving (il consumo eccessivo di carboidrati portato alla dipendenza in quanto i carboidrati influenzano la produzione dei neurotrasmettitori che hanno la capacità di regolare l’umore perché attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella dipendenza da sostanze d’abuso).

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In questo caso, il soggetto colpito, si troverà a fare diete molto restrittive (stressando ulteriorimente l’organismo) per poi procedere ad abbuffate seguite da sensi di colpa e di nuovo diete restrittive. Ci creerà un circolo vizioso dal quale non sarà facile uscirne.

E il tipico esempio di chi, mangiando una pizza, invece di utilizzare tutti i sensi per godersela al meglio, è mortificato dal senso di colpa e nella sua testa programma già il digiuno per il giorno seguente.

Per questo motivo, i soggetti che soffrono di Disbiosi, Carbo Craving o entrambe devono procedere ad una riprogrammazione alimentare e riscostruzione della flora intestinale.

Ricordiamo anche che la serotonina (meglio noto come ormone della felicità) è prodotto dalle cellule enterocromaffini dell’Intestino. Ecco perchè un intestino non perfettamente funzionante provoca stanchezza, irritabilità, ansia, depressione, sbalzi d’umore.

I disordini alimentari, infatti, sono molto spesso correlati ad uno stato alterato della flora intestinale, ansia e depressione.

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Riassumende, vediamo alcuni esempi pratici di errori che causano la Disbiosi:

  • accumulo di stress non gestito e gratificazione con cibo spazzatura
  • diete poco varie, con scarsa fibra e presenza eccessiva di alimenti troppo raffinati
  • pasti troppo rapidi, con scarsa masticazione, ritmi di vita irregolari e frenetici con alterazioni della frequenza e della consistenza dei pasti
  • vita sedentaria, con il relativo stress psico-fisico non “sfogato” (è l’esempio di chi dopo ore e ore di stare fermo davanti ad un pc, fa una pausa in cui fuma una sigaretta o beve un caffè zuccherato provocando ulteriore stress energetico).
  • abuso di farmaci come antibiotici, analgesici, sonniferi, antidepressivi, lassativi

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Possiamo dunque affermare che, chi ha bisogno di dimagrire, dovrebbe controllare innanzitutto se è in stato di Disbiosi prima di fare una dieta per ridurre il grasso in eccesso.

Fai un bel respiro

Nel articolo precedente ( https://wordpress.com/post/the-powerful-mind.com/515) sullo stress vi parlavo di alcune tecniche per gestire lo stress.

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La prima, e a mio avviso, la base di tutte le altre tecniche, è la respirazione.

Noi dobbiamo, e dobbiamo respirare senza interruzioni gravi dalla nascita alla morte. 

Respirare è il primo atto che compiamo quando veniamo al mondo: l’azione primordiale che segna il nostro ingresso nella vita.

Per la maggior parte del tempo respiriamo in maniera naturale, automatica senza farci troppo caso. In media eseguiamo circa 16 respiri al minuto, ma questo dato può cambiare in base all’età e alle abitudini.

La frequenza respiratoria è data dal numero di respiri al minuto e comprende una fase di inspirazione e una fase di espirazione, che insieme alla pausa fra una e l’altra formano il singolo ciclo respiratorio. Questo flusso crea un ritmo ininterotto, per un totale di oltre 23mila respiri ogni giorno.

Ma la respirazione non è solo questo. Anzi, se usata correttamente, si rivela il nostro alleato in tantissime situazioni di stress.

La respirazione è uno strumento gratuito e che abbiamo sempre a portata di mano. Se imparate ad usarlo bene, vedrete che nei momenti di difficoltà vi darà un grande sollievo. Inoltre, più andrete avanti a praticare inizierete anche a prevenire i momenti di difficoltà.

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Pensiamo a come cambia il respiro quando abbiamo paura. Il battito cardiaco accelera, aumenta il numero di respirazioni per minuto ed iniziamo ad agitarci.

O ancora, pensiamo ad un attacco di panico. Ci sentiamo inghiottiti da ansia a angoscia e ci sentiamo come se stessimo annegando. Ripetersi mentalmente che è solo un attacco di panico è impensabile visto che in quei momenti si ha solo la sensazione di morire.

Ed ecco perchè è importante usare il nostro respiro per esplorare le nostre emozioni e diventarne consapevoli e lucidi.

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Impara a respirare con il diafframma 

Come primo step, soprattutto se siete alle prime armi con le tecniche di respirazione, si deve imparare a respirare con il diaframma.

Per imparare a farlo io consiglio di farlo da sdraiati.

  • sdraiati con i piedi appoggiati a terra
  • senti il contatto con il suolo
  • appoggia una mano sul cuore e l’altra sulla pancia
  • inspira col naso lentamente
  • inspira così profondo finchè la pancia si gonfia come se fosse un palloncino ( la mano appoggiata sulla pancia dovrebbe alzarsi)
  • trattieni per qualche secondo ed espira con la bocca
  • è importante fare sia le inspirazioni che le espirazioni lentamente facendo molta attenzione al nostro corpo e alle emozioni che proviamo durante i respiri
  • rifallo il numero di volte che ti senti di farlo
  • prendi l’abitudine di farlo ogni giorno
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“Respira via” la tua giornata

Pratica di respirazione per rilasciare l’accumulo di energia negativa della giornata

Tutti arriviamo a fine giornata stremati. A volte stanchi, a volte arrabiati, tristi o depressi e troppe poche volte torniamo a casa pieni di energia e vitalità . E tante volte purtroppo succede che tutta la tensione accumulata, tutto lo stress, tutti i problemi ci accompagnano sull’uscio della casa, entrano in casa con noi. Ci accompagnano a cena e vengono anche in camera da letto. Il risultato è un sonno di scarsa qualità, un aumento dell’accumulo di stanchezza, una nuova giornata peggiore della precedente e così via fino all’esaurimento psicofisico.

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Per questo motivo ritengo che sia importante crearsi delle abitudini che possano aiutarci a lasciare tutti i problemi fuori da casa e, una volta dentro il nostro caldo nido, rilasciare tutta la tensione accumulata durante la giornata.

Ecco una pratica facile, che non vi ruberà tanto tempo e che potete senza problemi svolgere ogni sera.

Sedetevi con la schiena completamente eretta

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·  Fate un respiro lungo.

·  Inspirate con il naso, piano, contando fino a 7. Mentre lo fate, immaginate un’onda piena di luce che entra nel vostro corpo, respiro dopo respiro.

·  Espirate dalla bocca, piano contanto fino a 7. Mentre lo state facendo, immaginate un’onda grigia che esce dal vostro corpo, respiro dopo respiro.

·  Fatelo per 7 volte. Immaginate come l’eneriga positiva, la giovinezza, la gioia, la vitalità, il benessere entra nel vostro corpo e come tutta l’energia negativa, tutto l’accumulo di stanchezza la tristezza, i problemi, tutto, buttate fuori tutto con l’onda grigia.

·  Assicuartevi di essere da soli in un posto silenzioso o se c’è qualcuno vicino a voi chiedete il silenzio assoluto in modo che vi possiate concentrare.

·  Se non riuscite a contare fino a 7, per i primi giorni anche fino a 4 va bene.

·  Finito il ciclo di respirazioni, dopo aver fatto l’ultima espirazione, restate in apnea per qualche secondo.

·  Se sentite il bisogno, rifate il ciclo di respiri il numero di volte che ritenete neccessario.

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Possiamo vivere senza lo stress?

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Lo stress è il sale della vita; l’assenza dello stress è morte. “Hans Selye”

Lo stress, il nostro alleato ed il nostro nemico nello stesso tempo. Lo stress ci accompagna in ogni giorno della nostra vita.

Soprattutto durante gli ultimi decenni, sentiamo sempre più spesso parlare di stress.

Che stress il mio capo”, “ che stress questo esame“, “che stress quel tipo che continua a scrivermi” e potrei continuare all’infinito. Sono tutte espressioni che tutti noi udiamo di continuo.

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Lo stress però non ha solo questa valenza negativa, anzi è grazie allo stress che l’homo sapiens è sopravissuto!

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Il termine stress deriva dal latino strictus, il cui significato letterale è “serrato“.
Storicamente il termine è stato usato per la prima volta sulla rivista “Nature” dal fisiologo austriaco H. Selye. Il fisiologo, stava svolgendo degli studi sugli effetti della somministrazione di sostanze nocive sugli organismi e giunse alla conclusione che gli animali, sottoposti a condizioni di stress, fossero più soggetti ad ammalarsi. Così introdusse il termine di stress in ambito medico nel 1936.


Egli definì lo stress come “la risposta non specifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata ad esso”. Quindi lo stress ed i meccanismi ad esso correlati, sono l’espressione di uno sforzo compiuto dall’organismo al fine di prepararsi ad affrontare o ad evitare una minaccia reale o immaginaria.
Questa teoria era valida sopratuttto migliaia di anni fa, quando l’uomo doveva diffendersi da minacce prevalentemente fisiche come animali selvaggi o altri umani per il potere.

Questo tipo di stress è stato definito da Selye come stress positivo o eustress, ovvero, uno o più stimoli uguali o di natura differente che aiutano lo sviluppo della capacità di adattamento psicofisica degli individui.

Oggigiorno, tuttavia, la minaccia non è più fisica bensì mentale. L’evento stressante, cioè, è creato dalla nostra mente e nella nostra mente. E frutto di false credenze, aspettative, paure. Inoltre, la società odierna, soprattutto in Occidente, tende a non incoraggiare l’espressione di emozioni come rabbia, ansia, paura. In questo modo, lo stress represso dà luogo a sintomi psicosomatici che possono andare dal semplice disturbo gastrointestinale a delle vere e proprie patologie anche gravi qualora lo stress sia prolungato nel tempo.

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Questo tipo di stress viene definito dal fisiologo austriaco Hans Selye come distress o stress negativo che si verifica qualora stimoli stressanti che provocano secrezioni
ormonali, causano un deterioramento progressivo fino alla rottura delle difese psicofisiche.

Possiamo dunque concludere che è da pazzi ed è anche pericoloso pensare ad una vita senza stress! Da pazzi, perchè è impossibile: dovremmo forse catapultarci in un universo parallelo di cui non ho sentito ancora l’esistenza.

Ed è pericoloso, perchè una buona dose di stress prima di un esame o di un evento importante ci aiuta ad ottenere una performance ottimale.

Il segreto sta nel gestire quella dose di stress e stare attenti a non superarla.

Come? Lo scoprirete più tardi:) Intanto iniziate a diventare consapevoli dei momenti in cui pensate di superare la soglia ottimale e che sensazioni avete quando succede. Essere consapevoli de proprio corpo e della propria mente è il primo step per ogni miglioramento.

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Stress e sindrome dell’intestino irritabile

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Vi è mai capitato di avere dei dolori o dei fastidi intestinali in alcuni periodi particolarmente stressanti?

Se sì, e soprattutto se ripetutamente, potrebbe trattarsi della sindrome dell’intestino irritabile (IBS).

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione molto diffusa ed interessa circa l’11.2 % della popolazione mondiale, soprattutto di sesso femminile. È caratterizzata da fastidio o dolore addominale, associati all’alterazione della funzione intestinale ed accompagnati da gonfiore o distensione. Le origini di questo disturbo sono ancora sconosciute ma più probabilmente tale disturbo è dovuto ad un’interazione tra il sistema nervoso, immunitario ed endocrino.

Diversi fattori, compresi lo stress psicologico, le intolleranze o allergie alimentari, le infezioni intestinali, le lesioni (ad esempio, chirurgia addominale o pelvica), i disturbi immunitari intestinali e/o infiammazioni così come le alterazioni del microbiota intestinale o la proliferazione batterica e la trasmissione genetica possono contribuire allo sviluppo della sindrome di intestino irritabile.

I numerosi studi clinici e sperimentali in materia hanno dimostrato che lo stress psicologico sia esso acuto o cronico, che si manifesta nella prima infanzia o nell’età adulta, ha un marcato impatto sulla sensibilità dell’intestino ed ha una stretta correlazione con l’attivazione immunitaria della mucosa, l’ alterazione del sistema nervoso centrale e periferico, sui neuroni e microbiota gastrointestinale.

Negli ultimi decenni l’attenzione è sempre più rivolta all’asse bidirezionale Cervello-Intestino. Poiché lo stress può provocare iperattività o ipoattività lungo l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e del sistema nervoso autonomo, metabolico ed immunitario, può alterare le interazioni cervello-intestino, che in ultima analisi interessano le diverse funzioni fisiologiche del tratto gastrointestinale.

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Lo stress come termine medico specifico è stato definito per la prima volta nel 1936 dall’endocrinologo Hans Selye. Secondo l’endocrinologo, lo stress è una risposta adattiva fisiologica a minacce (fattori di stress) percepite (psicologiche) o reali (fisiche).

Un fattore di stress acuto (improvviso o a breve termine) può provocare una risposta “combatti o fuggi” che prepara l’organismo a difendersi per garantirsi la sopravvivenza. Quando l’evento stressante passa, il feedback negativo viene attivato per terminare la risposta allo stress e riportare il corpo uno stato di omeostasi.

Tuttavia, se il fattore di stress diventa cronico e/o supera la capacità dell’organismo di mantenere la risposta allo stress, diventa nociva.

Per la maggior parte degli esseri umani nelle società moderne lo stress psicologico è più frequente dello stress fisico e può essere indotto da diversi fattori sociali ed emotivi quotidiani.
Il forte legame tra stress psicologico e intestino irritabile ha origine dall’asse cervello-intestino. In condizioni normali, il cervello (sistema nervoso centrale) comunica con l’intestino (sistema nervoso enterico). Il sistema nervoso enterico svolge un ruolo essenziale nella regolazione della fisiologia intestinale, inclusa la secrezione, la motilità e il rilascio di vari neuropeptidi e ormoni. Lo stress può indurre alternanze nello stress centrale e nei circuiti di eccitazione (sistema motorio emotivo), provocando un aumento del CRF (l’ormone di rilascio della corticotropina) e del rilascio noradrenergico e l’attivazione delle risposte comportamentali e autonome. Questi possono disturbare il sistema nervoso simpatico e parasimpatico, l’asse cervello-intestino ed i sistemi di modulazione del dolore endogeno e la via aminergica ascendente.

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Infatti, la comunicazione tra il sistema nervoso centrale e il sistema nervoso enterico può essere bidirezionale. Il cervello può influenzare la funzione del sistema nervoso enterico e lo stress può essere l’eziologia per lo sviluppo di IBS o l’aggravamento dei sintomi di IBS (modello top-down). Allo stesso modo, sintomi dell’IBS (ad es. dolore addominale cronico continuo o remittente o disagio associato a un cambiamento nella consistenza o nella frequenza delle feci) possono aggravare i disturbi psicologici (depressione e ansia) e ridurre la qualità della vita (modello bottom-up ).

Pertanto, il trattamento dell’IBS dovrebbe prestare molta attenzione alla gestione dello stress e delle risposte indotte dallo stress. A causa dell’incapacità dei farmaci tradizionali, ad esempio i lassativi, di dare un sollievo permanente, gli approcci non farmacologici stanno ora ricevendo sempre più attenzione. Essi includono la relazione medico-paziente e una particolare attenzione al effetto placebo, l’educazione del paziente, l’utilità dell’ipnoterapia, la terapia cognitivo comportamentale, le modifiche dietetiche inclusi i probiotici, l’esercizio fisico e il biofeedback.

Il mio consiglio personale, è come sempre, meglio prevenire che curare. Per questo motivo, adottare uno stile di vita sano ed equilibrato è di vitale importanza. Ecco sotto alcuni consigli pratici per iniziare ad adottare uno stile di vita che possa, almeno in parte, prevenire la comparsa della sindrome dell’intestino irritabile.

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Consigli pratici di prevenzione:

  • Prestare molta attenzione allo stress; praticare esercizi di respirazione, minfulness e/o yoga in via preventiva
  • Evitare uno stile di vita sedentario (almeno 30 minuti di attività fisica moderata al giorno)
  • Privilegiare cibi a elevato apporto di triptofano come le patate cotte in forno con la buccia, i prodotti a base di cereali integrali macinati, la polpa di zucca gialla, le rape, il cavolo, fiocchi d’avena, olio di lino e di noci di prima spremitura a freddo, pasta, kefir.
  • Masticare lentamente
  • Meglio evitare alcolici, carni conservate, prodotti dei fast-food,prodotti a base di burro, salumi, formaggi stagionati, uova, latticini non biologici.
  • Accertarsi di essere sempre adeguatamente idratati
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Ovviamente, in caso di sintomi pronunciati, consultare immediatamente il medico di fiducia.

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La comunicazione assertiva

La comunicazione, ovvero, il processo di trasmissione di un messaggio da un individuo ad un altro, è molto importante ed è alla base di ogni relazione sociale.

Comunicare non vuol dire solo parlare; vuol dire ascoltare attentamente, ascoltare senza giudicare. Noi non comunichiamo solo attraverso le parole ma anche attraverso il nostro copro. Il modo in cui guardiamo il nostro interlocutore, il modo di gesticolare, il timbro della voce sono tutti elementi che stanno dietro le parole ed influenzano il messaggio che stiamo dando agli altri.

La comunicazione spesso crea conflitti. Infatti, non siamo tutti dei bravi oratori. Per questo motivo, esistono alcune tecniche attraverso le quali possiamo migliorare il nostro modo di comunicare ed essere sicuri che il messaggio che vogliamo far arrivare agli altri è efficace e non crea malintesi e conflitti.

La comunicazione assertiva è appunto un modo di comunicazione efficace, caratterizzato dal rispetto per sé e per gli altri.

La comunicazione assertiva è chiara e permette di esprimere le proprie idee e opinioni in maniera positiva senza prevaricare sugli altri.

Nella comunicazione assertiva sono importanti sia le parole scelte sia il modo in cui le esprimiamo. Inoltre, è importante anche il modo in cui siamo posizionati rispetto al nostro interlocutore.

Ad esempio, una persona che non riesce a mantenere il contatto visivo ma che spesso guarda in basso, può essere considerata insicura e le sue idee non verranno prese con la dovuta importanza a differenza di una persona che mentre parla guarda negli occhi e sorride alla persona che ha davanti.

Alla stessa maniera, una persona posizionata con le mani serrate, lo sguardo abbassato e rigido darà l’idea di una persona chiusa, non disposta a comunicare apertamente, indipendentemente dalle parole che userà.

Ecco alcuni consigli pratici per la comunicazione assertiva:

  1. Esprimi e vai valere le tue opinioni senza volerti imporre sugli altri
  2. Considera le critiche come stimoli per migliorare e non farti abbattere dalle critiche non costruttive
  3. Impegnati nella comunicazione (stai attento alla scelta delle parole che usi, al tono di voce, postura ecc)
  4. Abbi fiducia nelle tue risorse personali
  5. Rispetta ed accetta i punti di vista degli altri
  6. Tollera le diversità
  7. Conosci e persegui i tuoi bisogni
  8. Comprendi i bisogni e le intenzioni del tuo interlocutore
  9. Sii aperto ai cambiamenti

Inizia a mettere in pratica e vedrai che sarà molto più facile esprimere agli altri le tue opinioni. Le tue idee saranno anche meglio accettate e le tue relazioni sociali ne trarranno sicuramente vantaggio.

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Comunicazione: stili e livelli

Per comunicazione si intende il processo attraverso il quale un messaggio viene trasmesso da un individuo ad un altro.

Il messaggio che comunichiamo al nostro interlocutore è molto più delle parole che riproduciamo. Esso è, infatti, influenzato dalla nostra postura, dai gesti, dal timbro vocale e dai silenzi.

Esistono, in effetti, 3 livelli di comunicazione:

  1. Comunicazione verbale: le parole che usiamo quando parliamo o quando scriviamo un messaggio. Di solito, è il livello di cui siamo più consapevoli ed è anche il livello che controlliamo maggiormente. Se siamo in un contesto formale useremo un linguaggio diverso rispetto a quello di una chiacchierata tra amici.
  2. Comunicazione paraverbale: il modo in cui usiamo le parole. Nel linguaggio orale, è rappresentato dal timbro vocale, dalla tonalità, dalla velocità con cui parliamo mentre nello scritto è rappresentato dalla punteggiatura, le lunghezze dei periodi ecc. Questo livello è meno consapevole del primo; infatti a meno che non siamo degli esperti di comunicazione, ci viene difficile controllare il nostro timbro vocale piuttosto che la velocità con cui parliamo.
  3. Comunicazione non verbale: tutto quello che viene comunicato attraverso la nostra postura, i gesti, i movimenti delle mani, il modo in cui guardiamo o non guardiamo il nostro interlocutore. Anche in questo caso, non sempre siamo consapevoli di quello che trasmettiamo agli altri. A mio avviso, è fondamentale essere molto cauti a quello che trasmettiamo tramite i nostri movimenti e soprattutto capire quello che il nostro interlocutore ci sta comunicando al di là delle parole.

Dunque, per essere efficaci quando comunichiamo ed essere certi che il nostro messaggio arriva a destinazione in maniera chiara, positiva e senza rischio di equivoci, bisogna avere un giusto equilibrio di questi 3 livelli comunicativi.

A proposito di questo, ricordiamo che in base all’utilizzo che facciamo dei 3 livelli comunicativi, esistono, generalmente 3 tipi di stili comunicativi:

stile agressivo
  1. lo stile aggressivo: ha un atteggiamento di prevaricazione, un tono di voce alto, gesticola in maniera molto vivace. Frase tipo: ” Le mie idee sono molto più interessanti di quelle degli altri”
  2. lo stile passivo: ha un atteggiamento di sottomissione, paura, fuga, sguardo basso, tono di voce basso, evita lo sguardo del interlocutore. Frase tipo: “Le mie idee sono molto meno interessanti di quelle degli altri”
  3. lo stile assertivo: ha un atteggiamento calmo, rilassato, positivo, guarda l’interlocutore negli occhi, gesticola tranquillamente e lo stile di voce è normale e rilassato. Frase tipo “Le mie idee sono interessanti al pari rispetto alle idee degli altri” (per approfondimenti clicca qui: wordpress.com/post/the-powerfyl-mind.com/433)

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La sindrome di burnout

Quando il corpo ti grida: STOP!

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L’espressione burnout deriva dall’espressione inglese “to burn out” ovvero bruciarsi, esaurirsi. Il burnout è una condizione di esaurimento sul piano fisico, emotivo e mentale. Parte da una condizione di stress sul lavoro, in cui il dipendente non riesce più a far fronte con le risorse a disposizione agli incarichi quotidiani, non ha più la motivazione necessaria per svolgere le proprie mansioni ed arriva anche a trovare il proprio lavoro e/o ambiente di lavoro ripugnante.

Ovviamente, tale condizione di esaurimento si estende poi anche sul profilo della vita privata e si inizia a perdere ” la voglia di vivere” (da non intendersi come voglia di suicidarsi, ma come quello stato in cui non hai nessuna gioia, non c’è più nulla che ti da quello stato di benessere che tanto ti manca).

L’Organizzazione Mondiale del lavoro la riconosce questa sindrome e la classifica come “una forma di stress lavorativo che non si riesce a gestire con successo.”

‘LIl rischio di questa sindrome è che non si sviluppa dalLoggi a domani, ma si sviluppa piano piano, come un pallone che si gonfia finché esplode. Se non ci rendiamo conto, saremo totalmente sconvolti.

Vediamo alcune fasi che ci possono aiutare a riconoscere l’inizio di un esaurimento e prevenirlo.

Ovviamente teniamo sempre in considerazione che ogni persona è unica quindi per ogni persona l’esaurimento può assumere varie sfumature.

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  1. Sei sempre alla ricerca di approvazione – ti sembra che quello che fai non è sufficiente. Tu vuoi dimostrare che puoi fare di più e ti assumi sempre più responsabilità
  2. Non riesci mai a staccarti dal lavoro- inizi prima di tutti e finisci dopo tutti, lavori nei tuoi giorni liberi e poi ti lamenti che lo hai fatto
  3. Trascuri te stesso- mangi male, veloce, dormi poco, non hai vita sociale e di famiglia
  4. Neghi che il lavoro sia il problema- non associ il tuo malessere al lavoro ma cerchi di trovare altri motivi per cui sei sempre in ansia e nervoso
  5. Metti sempre il lavoro al primo posto- la famiglia, gli amici possono attendere
  6. Scarichi le tue responsabilità- non è colpa di come gestisci il tuo lavoro che ti senti così male ma e colpa dei tuoi colleghi inefficienti, è colpa della mancanza di risorse. Diventi sempre più intollerante ed aggressivo
  7. Sviluppi dipendenze- non hai amici, non hai vita sociale, solo le abbuffate di cibo, l’alcol e la droga possono darti sollievo
  8. Perdi la tua personalità- non dai valore né a te stesso né agli altri. Sei disconnesso dal mondo e da te stesso. Non capisci i tuoi bisogni e la preoccupazione della tua famiglia per te. Percepisci solo un vuoto interiore, ti senti sfinito, insicuro e senza punti di riferimento.
  9. Burnout- Totale collasso fisico e mentale

Lo vuoi veramente? Inizia a prevenire invece di curare!

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8 tipi psicologici: prova a capire qual’è il tuo!

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Introversione, estroversione e le quattro funzioni psichiche dominanti determinano i tipi psicologici secondo lo psichiatra svizzero Herr Carl G. Jung (1875-1961) e secondo il padre fondatore della psicologia moderna, Sigmund Freud. Nel 1925, Jung pubblica il volume Tipi psicologici all’interno del quale elenca i tipi psicologici e le specificità che compongono il carattere individuale.

Estroverso, Introverso, soggetto ed oggetto

Nella concezione di Jung, i termini “introverso” ed “estroverso” sono i due modi di rapportarsi al mondo esterno. Jung si riferisce al mondo esterno come all’oggetto, tutte le cose e le persone che sono al di fuori del soggetto, ovvero il singolo individuo.

Nel estroverso la percezione del mondo esterno si acuisce a discapito della fantasia e dei processi soggettivi. Egli ha un rapporto positivo con l’oggetto: lo osserva e lo analizza. Di solito cerca l’approvazione del gruppo e si adegua evitando di esprimere giudizi.

Nell’introverso invece, la percezione del mondo esterno decresce per incentrarsi sul mondo interiore. Solitamente è più atratto dal suo mondo interiore che dall’oggetto. Preferisce la solitudine al gruppo e tende ad essere diffidente e pessimista.

Ognuno di noi ha in sè i due atteggiamenti in misura diversa.

Sentimento, Pensiero, Sensazione ed Intuizione

La dicotomia Estroversione- Introversione individua due attitudini generali e contrapposte. Oltre a queste, Jung individua quattro funzioni della psiche conscia opposte tra loro a due a due: due sono le funzioni razionali (sentimento e pensiero) e due quelle irrazionali (sensazione e intuizione).

Abbinando le 4 funzioni all’introversione ed estroversione, emergono 8 tipi psicologici: 4 introversi e 4 estroversi.

  1. tipo intellettuale- estroverso : egli segue regole fisse, ha un pensiero positivo, sintetico, dogmatico, per lui contano solo i fatti concreti e, poco o nulla le teorie.
  2. tipo intellettuale- introverso: tende ad isolarsi dopo le esperienze spiacevoli. Esso non ha un senso pratico, vuole andare in fondo nelle cose ma si fa mille scrupoli.
  3. tipo sentimentale- estroverso: rispetta le convenzioni sociali, fa quello che gli è stato insegnato, è emotivo, diplomatico, socievole e si inserisce con estrema facilità in ogni tipo di gruppo.
  4. tipo sentimentale- introverso: è calmo, ipersensibile, taciturno, riservato, spesso malinconico, non esprime mai i propri sentimenti all’esterno.
  5. tipo sensoriale- estroverso: è socievole, ama i piaceri, si adatta facilmente. E’ un esteta, alla ricerca dei piaceri della vita.
  6. tipo sensoriale- introverso: è sensibile all’aspetto estetico, guarda al mondo con benevolezza, ha un animo da artista, per lui conta solo la sua soggettività.
  7. tipo intuitivo- estroverso: è un opportunista, dinamico, con una marcata carica di entusiasmo, comprende con facilità le dinamiche della vita, ha talento per gli affari e la politica.
  8. tipo intuitivo- introverso: è un sognatore, dà peso solo al proprio mondo interiore, crede nel potere dell’immaginazione. Solitamente è visto dagli altri come un eccentrico.

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