I disturbi del comportamento alimentare

Il 15 marzo si celebra la “Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata ai disturbi del comportamento alimentare.”

Ma siamo davvero consapevoli di cosa sia un disturbo alimentare?

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono dei disturbi psichiatrici di natura
patogenetica ancora oggetto di studio.
Un disturbo del comportamento alimentare consiste in un alterato consumo di cibo dove per alterato consumo di cibo si intende sia il non mangiare, sia il mettere in pratica condotte di eliminazione tramite vomito autoindotto, utilizzo di lassativi ecc.

Le scorrette abitudini alimentari compromettono nella maggior parte dei casi la salute
fisica degli individui.

Infatti, comportamenti come la restrizione alimentare, l’eccessivo consumo di cibo accompagnato da una con perdita di controllo e una difficoltà nel sentirsi sazi, condotte di eliminazione e/o compensatorie portano ad una seria alterazione dello stato nutrizionale.

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I disturbi del comportamento alimentare possono compromettere seriamente la salute e la vita psicosociale degli individui che ne soffrono ed è quindi impellente intervenire
tempestivamente qualora se ne verificasse l’esordio.


I disturbi del comportamento alimentare sono descritti nel DSM- 5 nella sezione
dedicata, intitolata, Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e possono presentarsi in associazione ad altri disturbi psichici come ad esempio disturbi d’ansia e disturbi dell’umore.

In seguito ad alcune modificazioni ad oggi, nel DSM- 5, i disturbi del comportamento
alimentare sono raggruppati in sei categorie principali: Anoressia nervosa, Bulimia
nervosa, Disturbo di alimentazione incontrollata (BED), Pica, Disturbo da ruminazione,
Disturbo da alimentazione evitante/restrittiva
Sono state inoltre aggiunte altre due categorie nelle quali includere i disturbi non
raggruppabili nelle sei categorie principali. Si tratta di: Altri disturbi della nutrizione o dell’alimentazione specificati e Altri disturbi della nutrizione o dell’alimentazione non specificati.

Cause dell’esordio di un DCA

Tendenzialmente i disturbi del comportamento alimentare hanno un esordio precoce, in
media compare negli individui tra i quindici e i diciannove anni.
Per quanto riguarda le cause scatenanti l’esordio del DCA, vi sono dei fattori
predisponenti e dei fattori scatenanti.

I fattori predisponenti sono i fattori che stabiliscono una determinata probabilità che un
individuo, nel corso della sua vita sviluppi un di un disturbo del comportamento
alimentare.

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I fattori predisponenti possono essere di natura genetica o di natura ambientale.
I fattori di rischio di natura ambientale sono di solito individuati nel contesto culturale,
famigliare e individuale di ogni individuo e possono essere associati anche ad altri disturbi psichiatrici come la depressione, i disturbi d’ansia e la dipendenza.
Tra i fattori di rischio individuali possiamo citare il genere (i DCA sono più frequenti tra le donne ad eccezione per il BED per il quale non c’è una differenza importante tra uomini e donne), l’etnia (l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono più frequenti tra le donne bianche mentre non si riscontrano grandi differenze per il BED), classe sociale (le persone che seguono un percorso di cura di un DCA sono tendenzialmente di classe media alta ma non è detto che questo dato rispecchi necessariamente la realtà considerando che tante persone non si sottopongono a cure), l’età (l’adolescenza e la prima giovinezza sono le fasce più colpite da questi disturbi).

Ci sono anche casi in cui l’esordio è molto precoce, comparendo in giovanissima età o in infanzia o, al contrario in tarda età.

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Per quanto riguarda il contesto famigliare come fattore predisponente, alcune
statistiche dimostrano che i DCA possono essere sino a tre volte più frequenti in
famigliari di primo grado di soggetti affetti da anoressia nervosa o bulimia nervosa.
Per quanto riguarda i fattori predisponenti nel contesto socio culturale, essi sono da
ricercare nell’attuale società la quale sembra quasi imporre insistentemente un ideale di
bellezza basato sulla magrezza, sulla dieta come stile di vita, sulla illusione che la
magrezza si possa ottenere solamente grazie a delle diete molto restrittive.


I fattori scatenanti, invece, sono quei fattori che innescano in concreto il disturbo. Sono
i fattori che danno il via al disturbo del comportamento alimentare e solitamente si
verificano nell’anno che precede l’esordio del disturbo.
Visono infine, dei fattori perpetuanti ovvero fattori che impediscono la cura del disturbo o che incentivano le recidive del disturbo stesso portando, nei casi più gravi, alla loro cronicizzazione con effetti a volte molto gravi ed irreversibili.

Diagnosi e Cura dei DCA
I DCA sono curabili mediante una terapia multidisciplinare che comprenda da una parte un percorso farmaceutico e dall’altra un percorso di psicoterapia avente l’obiettivo di un ripristino delle sane abitudini alimentari.
È di vitale importanza intervenire nei tempi e con l’aiuto di metodi adeguati sia per quanto riguarda la diagnosi di un disturbo del comportamento alimentare sia per quanto riguarda la loro cura. Se non individuati tempestivamente, essi possono danneggiare gravemente tutti gli organi del corpo umano e, nei casi gravi, portare alla morte

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Il percorso di diagnosi e presa in carico da parte del personale sanitario incaricato varia
da persona a persona ed anche in base alla gravità del disturbo stesso.
Tale percorso perciò è da costruire insieme al medico curante tenendo in considerazione
tutta la storia medica di ogni paziente.

La funzione genitoriale nella prospettiva dinamico-evolutiva

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Il tema della genitorialità è un tema che mi fa riflettere non solo per via della mia specializzazione ma anche, e soprattutto per il mio attuale status di neomamma. Mi trovo spesso a riflettere sul ruolo dei genitori e su come tale ruolo sia mutato nel tempo.

Il significato del termine “genitorialità”, è, infatti, cambiato molto nel corso degli anni.

Ad oggi si ha sempre più la consapevolezza dell’importanza della sfera psicologica che, in questi ultimi anni, è continuamente in evoluzione. Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca clinica e psicologica.
Si è passato da una visione psicopedagogica della genitorialità per arrivare alle ipotesi odierne che la considerano, in termini psicodinamici, una parte essenziale della personalità di ogni adulto.

Già da tempo la letteratura scientifica e la clinica hanno evidenziato come
l’esperienza intersoggettiva e interattiva primaria costituiscano la base
per la costruzione del mondo interno e delle competenze relazionali nel ciclo di
vita.

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Gli studi hanno infatti dimostrato che, il bambino fin dalla vita intra uterina è predisposto alla relazione ed è inserito in un contesto interattivo-relazionale fondamentale per lo sviluppo della sua personalità.
Anche la considerazione verso i processi psicopatologici si è modficata negli ultimi anni. Infatti, ad oggi, tali processi sono intesi come espressione di un fallimento relazionale che impedisce la sintonizzazione e l’allineamento emotivo tra il bambino e il suo ambiente di sostegno.

La relazione genitori-figli e la funzione genitoriale sono diventati pertanto
oggetto di interesse sia rispetto ai processi evolutivi sia rispetto a quelli
psicopatologici. In questa ottica, i disturbi funzionali nello sviluppo sono letti come espressione sintomatica di modelli relazionali disturbati.

La funzione genitoriale, nella prospettiva dinamico evolutiva è una funzione complessa che implica la capacità di comprendere i bisogni dell’altro, di proteggerlo, di accudirlo riconoscendone la soggettività, mostrando competenze di cura a livello fisico e affettivo-relazionale, nonché l’attivazione del proprio mondo rappresentazionale.
E’ una funzione che si acquisisce molto gradualmente nel tempo e affonda le
sue radici nelle prime fasi di sviluppo, nel periodo in cui inizia l’acquisizione delle
competenze intersoggettive e della teoria della mente, che permette al piccolo una sempre maggiore comprensione dei bisogni dell’altro e tendenza a trovare soluzioni per soddisfarli.

Tali competenze si sviluppano grazie agli scambi con le figure di accudimento, i care-giver che permettono la creazione di schemi di interazione. Tali schemi costituiscono la struttura attraverso cui il bambino costruirà il proprio modello interattivo e relazionale dell’incontro con l’Altro. Tale modello sarà ripetuto che nelle relazioni fondamentali nel corso della vita.
Tali schemi sono costruiti sulla base di un modello bidirezionale. Sono in gioco non solo le caratteristiche specifiche del bambino (il livello di sviluppo, il temperamento, i tratti fisici e psicologici) ma anche il grado di partecipazione dell’adulto; le sue risposte interattive ed affettive.

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Le sequenze ripetute di questi scambi interattivi e delle emozioni ad
esse connesse, innescano il processo dello sviluppo affettivo-emotivo-cognitivo di
una funzione che si riconoscerà in seguito anche nel gioco con gli oggetti e con i
pari, nell’adolescenza e nella genitorialità, nella capacità di provvedere all’altro, di
riconoscerne l’aspetto e il funzionamento corporeo e mentale.
Lo sviluppo della capacità genitoriale influisce sullo sviluppo della persona e
viceversa, la storia individuale modifica e determina le sue competenze
genitoriali.

Caratteristiche fondamentali della funzione genitoriale sono:


1) L’AUTONOMIA- La genitorialità è una funzione autonoma da altre funzioni individuali o affettivo relazionali della persona e può rimanere integra anche dinnanzi a difficoltà e disfunzioni in altri ambiti di adattamento.
Ad esempio, un genitore affetto da patologia individuale può mantenere un buon livello di cura e sensibilità verso il bambino, seppure difficilmente mostrerà tali competenze in modo stabile e continuativo; viceversa, un adulto ben integrato e adattato può in alcune fasi divita proprie e del figlio non avere le risorse necessarie per attivare adeguate competenze di cure.


2) LA PROCESSUALITÀ– La funzione genitoriale è una funzione processuale: la capacità di cura si attiva per la storia, la ricettività e la sensibilità di ognuno rispetto ad una particolare esperienza relazionale e non è data una volta per tutte e valida in ogni
condizione.


3) L’INTERSOGGETTIVITÀ– La funzione genitoriale si struttura in base ai sistemi intersoggettivi degli individui in interazione.
Le capacità di cura si co-costruiscono in un processo di continua interazione con
l’altro a cui l’adulto deve fornire cura, il bambino, e sono in interdipendenza con
le sue caratteristiche fisiche, temperamentali affettive, etc…in un processo di
continua azione e retroazione in cui il contributo di entrambi i partner
dell’interazione struttura il contesto che caratterizzerà la relazione tra i due


L’attaccamento prenatale genitore- feto

Maternal- fetal attachment scale(MFAS) di Cranley e Maternal antenatal attachment scale (MAAS) di Condon.

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La gravidanza è un momento di totale cambiamento per i futuri genitori.
Siamo pieni di speranze, di desideri, di immagini mentali su come sarà nostro figlio/a, come saremo noi in questa nuova veste di genitori.
Alcuni pensano che la genitorialità così come il legame con i figli inizi con la loro nascita.
Im realtà, il legame di attaccamento genitori-figli, nasce molto prima, già durante la gravidanza, periodo in cui i genitori e il figlio/a mettono già le basi per quello che sarà il loro rapporto futuro.

L’esperienza della gravidanza rappresenta un momento di svolta nella vita dei futuri genitori i quali dovranno affrontare una serie di cambiamenti trasformativi e adattivi.

Durante la gravidanza, infatti, nella mente futuri genitori iniziano a fiorire tutta una serie di pensieri, riflessioni, emozioni e desideri nei confronti del bambino che nascerà.

In questo modo i genitori iniziano a costruire un’immagine mista di fantasia e aspetti realistici del bambino e a costruire un vero e proprio legame di attaccamento con il nascituro. Tale legame viene chiamato da alcuni autori attaccamento prenatale.

Cranley, nel 1981 fu il primo a descrivere questo tipo di attaccamento come un insieme di comportamenti messi in atto dalla donna durante la gravidanza e che implica varie forme di coinvolgimento affettivo.

Il concetto di attaccamento prenatale ha assunto, negli ultimi anni una particolare importanza e una serie di ricerche hanno dimostrato come la qualità dell’investimento affettivo verso il feto da parte della madre durante la gravidanza influisca sia sulla gravidanza ed il parto che sulla successiva relazione di attaccamento genitori-figlio.

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Tra gli vari strumenti utilizzati per la valutazione del investimento affettivo specifico del genitore verso il feto presenterò qui il Maternal-fetal attachment Scale (MFAS) di Cranley ed il Maternal Antenatal Attachment Scale (MAAS) di Condon.

Il MFAS è un questionario composto da 24 item valutati su una scala a 5 punti (1=certamenteno e 5=certamente sì) e va somministrato tra la settimana 20 e la settimana 32, periodo individuato come di maggiore elaborazione di fantasie legate al feto da parte della donna. I punteggi più elevati indicano un maggiore attaccamento nei confronti del feto.

Inoltre, gli item individuano anche 5 sottoscale che caratterizzano i diversi aspetti del possibile investimento genitoriale nei confronti del feto.

Cristina Riva Crugnola
La relazione genitore- bambino tra adeguatezza e rischio

Il secondo strumento di cui vi voglio parlare è il MAAS di Condon. A differenza dello strumento di Cranley, il MAAS di Condon si riferisce prevalentemente a pensieri ed emozioni rispetto al feto.

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Il questionario è costituito da 19 item che su una scala da 1 a 5 valutano la Qualità del legame affettivo con il feto (esperienze di vicinanza/ distanza e di tenerezza/irritazione, sentimenti positivi/negativi, l’avere un’immagine mentale chiara/vaga del bambino, il concetto di feto come persona vs cosa, e la consapevolezza che il benessere del bambino dipende dalla madre) e l’Intensità della preoccupazione nei confronti del feto (tempo passato dalla madre pensando al feto ed interessandosi di lui e del suo benessere). L’autore individua cinque caratteristiche dell’atteggiamento materno attraverso le quali si sviluppa l’amore della madre verso il feto: il conoscere, l’essere con, l’evitare la separazione o la perdita, il proteggere e il soddisfare i bisogni. Tali caratteristiche svolgono una funzione di mediazione tra l’esperienza materna di attaccamento al feto e i comportamenti manifesti della madre tra cui ricerca di informazioni, di vicinanza, di protezione e piacere.

Per avere dei risultati, i punteggi ottenuti dalla madre nelle due dimensioni si combinano e i risultati si possono classificare in 4 stili di attaccamento:

  • Positivamente preoccupata- Madri con punteggi superiori alla media ad entrambe le sottoscale Qualità ed Intensità
  • Positivamente disinteressata– Madri con punteggi superiori alla sottoscala Qualità ed inferiori o uguali alla media alla sottoscala Intensità
  • Negativamente disinteressata– Madri con punteggi inferiori alla media ad entrambe le sottoscale Qualità ed Intensità
  • Negativamente preoccupata– Madri che hanno punteggi superiori alla media alla sottoscala Intensità ed inferiori o uguali alla media della sottoscala Qualità.

Questi studi insieme ad altre ricerche dimostrano dunque l’importanza dell’attenzione allo sviluppo dell’attaccamento materno verso il feto in un’ottica preventiva soprattutto qualora ci fossero delle situazioni di rischio per la genitorialità.

Faccendo attenzione a questi aspetti sarà reso possibile il monitoraggio e la tempestiva messa a punto di interventi a sostegno della genitorialità nei casi problematici.

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2021 Thank you and bye bye!

2022 Welcome!

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2021 è stato un anno particolare. Per alcuni, è stato un anno difficile, per altri un anno brillante. Di sicuro, per tutti noi, ci sono stati momenti felici e momenti un po’ meno.

In ogni caso, come ogni anno, anche il 2021 è arrivato alla fine quindi dobbiamo accettarlo per com’è stato, ringraziare per le cose buone che ci ha portato e pensare a come imparare dalle cose meno belle che si sono successe durante l’anno.

E arrivato il momento di passare in rassegna l’anno, tutto quello che ci è successo.

Cosa avremmo fatto diversamente?

Cosa abbiamo imparato?

Cosa ci saremmo aspettati e non è arrivato?

E bisogna analizzare tutto con consapevolezza, senza lamentarci delle cose che sono andate storte e senza rimuginare troppo sul passato. Tanto sono andate, indietro non si torna. Ma si va avanti, si può imparare a non ripetere gli stessi errori e si può imparare a migliorarci sempre di più.

Vediamo dunque da dove partire.

Il mio consiglio è quello di iniziare con una profonda, sincera e ogettiva riflessione sull’anno passato.

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Prima di fissare i nuovi obiettivi, e di pensare ai progetti che vorremmo realizzare nel nuovo anno, è importante riflettere sugli eventi, i successi e le difficoltà affrontate in quello appena trascorso.

Non possiamo infatti dimenticare che, prima di iniziare un nuovo anno, abbiamo alle spalle 12 mesi ricchi di momenti importanti su cui riflettere e che possono essere di estrema importanza per capire in quale direzione stiamo procedendo e come possiamo cambiare il nostro modo di agire e reagire e come migliorarci per realizzare concretamente i nostri progetti e sogni. E soprattutto, bisogna capire quello che vogliamo veramente.

È arrivato quindi il momento di porsi alcune domande sull’anno appena trascorso. Ecco alcuni esempi di domande ma ovviamente tu usa le domande che meglio si adattano alla tua realtà.

  • Quali sono stati i momenti più felici dell’anno? Quali sensazioni ho provato?
  • Quali sono stati i momenti più difficili? Come sono riuscita/o a superarli?
  • Quali traguardi ho raggiunto nel corso dell’anno? In che modo sono riuscito/a a raggiungerli?
  • Quali sono le cose per cui mi sento più grata? A quali persone/cose non ho dato la dovuta importanza?
  • Quali obiettivi non sono riuscito a realizzare? Perché ? Dove posso migliorare? Cosa voglio veramente? (Ricorda: può essere che alcuni degli obiettivi non raggiunti nel 2021 non siano stati raggiunti perchè non li volevi veramente. Quindi chediamoci anche: “lo volevo veramente”?

Ora che hai fatto chiarezza sul passato, scegli i tuoi obiettivi per il 2022!

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Formula correttamente i tuoi obiettivi e non provare a fare tutto in una volta. Spesso all’inizio dell’anno vogliamo cambiare tante cose e le vogliamo cambiare subito. Dato che perseguiamo diversi obiettivi, non abbiamo abbastanza forza e tempo per fare tutto e l’entusiasmo svanisce rapidamente. Invece di iniziare con tante attività insieme, inizia con un obiettivo alla volta e se è un obiettivo molto impegnativo dividilo in vari step. Così manterrai intatta la tua motivazione.

Ti consiglio di mettere i tuoi obiettivi per iscritto. Ti aiuterà a focalizzare l’attenzione sugli obiettivi più importanti e per darti la carica nei momenti di maggiore sconforto, quando inizierai a pensare “ecco, nemmeno quest’anno sono riuscito a mantenere i miei buoni propositi, a questo punto meglio mollare tutto!”.

Per concretizzare tutto su carta, prendi una pagina pulita e rispondi alle seguenti domande:

  • Quali sono i miei obiettivi per il nuovo anno?
  • Come questi obiettivi mi aiuteranno a crescere ed evolvere?
  • Quali sono gli step da seguire per raggiungere i miei obiettivi?
  • Come mi vedo l’ultimo giorno del 2022?

Quest’ultima domanda è tanto importante. Prendi del tempo e visualizza te stessa/o il prossimo anno a questi tempi.

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Prendi carta e penna e descriviti o disegnati se ti viene più facile. Ti aiuterà a “dare vita” ai tuoi obiettivi e al tuo nuovo IO e nei momenti in cui ti verrà da “mollare” pensa a te stesso con quest’ immagine e vedrai che troverai la motivazione che ti servirà.

Spero di esserti stata utile e di ispirazione per riflettere sull’anno passato e su come migliorare te stesso/a!

Disturbo d’ansia sociale

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Caratteristiche

Chiamato anche fobia sociale, è un disturbo d’ansia nel quale il soggetto affetto ha paura di essere osservato e/o giudicato negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività in pubblico.

Il disturbo è stato descritto per la prima volta da Marks and Gelder (1966) i quali introdussero il termine fobia sociale per indicare un sottotipo di fobia nella quale l’elemento caratteristico era rappresentato
dalla paura di sembrare ridicolo agli occhi degli altri.
Quello che più si teme è il giudizio negativo degli altri; tipicamente i timori principali riguardano, in situazioni sociali e comunque non familiari, il poter dire o fare cose imbarazzanti, l’essere giudicati ansiosi,
impacciati, stupidi, incompetenti, strani, goffi, deboli o “pazzi”.


L’esordio del disturbo d’ansia sociale è generalmente graduale e ad
esso fa seguito un decorso tipicamente cronico e progressivamente
invalidante, soprattutto per quanto riguarda la realizzazione del
potenziale del soggetto nella sfera sociale, lavorativa e personale.

L’età media di insorgenza del disturbo è di 13 anni ed il 75% degli
individui ha un’età di insorgenza fra gli 8 ed i 15 anni ma può
comunque verificarsi anche nella prima infanzia.

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Secondo alcuni studi a volte il disturbo emerge a seguito di una fase infantile di inibizione o timidezza oppure in seguito ad un’esperienza stressante o umiliante, per esempio essere vittima di bullismo, vomitare durante un discorso in pubblico e così via. Il primo esordio in età adulta è invece relativamente raro e si verifica più probabilmente a seguito di un evento stressante, umiliante oppure in seguito a cambiamenti di vita.
Gli adolescenti mostrano uno stile comportamentale caratterizzato da
maggiori evitamenti e paure mentre gli adulti più anziani esperiscono
l’ansia sociale a livelli minori ma in una varietà più ampia di situazioni.
Nella popolazione generale circa il 30% dei soggetti con disturbo
d’ansia sociale sperimenta una remissione dei sintomi entro un anno e
circa il 50% nel giro di pochi anni.

Di solito le situazioni più comunemente temute sono parlare in
pubblico, andare ad una festa, scrivere o firmare davanti a qualcuno,
lavorare al computer mentre si è osservati, usare il telefono in pubblico
o usare mezzi di trasporto pubblici.

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Inoltre, alcuni soggetti temono di avere reazioni fisiologiche imbarazzanti,
come vomitare o perdere il controllo della vescica, altri, invece, mostrano maggior timore in situazioni in cui è richiesta una prestazione ed altri ancora in occasioni di interazione sociale, nelle quali temono spesso di non aver niente da dire, di poter dire o fare qualcosa di sbagliato, di risultare noiosi o, comunque, inadeguati.


I soggetti affetti da disturbo d’ansia sociale spesso cercano di evitare le situazioni sociali temute sperando di evitare così il pericolo.
Così facendo ottengono un’iniziale abbassamento dell’’intensità della sintomatologia connessa all’ansia e dal punto di vista vista neurobiologico, il cervello riceve un rinforzo positivo nel breve periodo che poi rinforzerà a sua volta i comportamenti di evitamento, innescando un circolo vizioso che, spesso, ha come conseguenza
l’isolamento sociale della persona.

Diagnosi


In base ad i criteri diagnostici del DSM V, per poter effettuare diagnosi
di Disturbo d’ansia sociale, o Fobia sociale, occorre:

• timore di manifestare i sintomi d’ansia che saranno valutati negativamente, cioè saranno fonte di umiliazione o imbarazzo, porteranno al rifiuto o risulteranno offensivi per gli altri;
• ansia e paura costante ad ogni esposizione alle situazioni sociali temute;
• evitare o sopportare con ansia insopportabile le situazioni temute;
• che tali paure o ansie siano sproporzionate rispetto alla reale
minaccia posta dalla situazione sociale ed al contesto socioculturale;
• che paura, ansia o evitamento causino disagio clinicamente
significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale,
lavorativo o in altre aree importanti;
• che i sintomi ansiosi non siano attribuibili agli effetti fisiologici di una
sostanza, come droghe o farmaci, o ad altra condizione medica;
• che non siano meglio spiegati dai sintomi di un altro disturbo
mentale come, ad esempio il disturbo di panico, il disturbo di
dismorfismo corporeo o il disturbo dello spettro dell’autismo;
• che se è presente un’altra condizione medica la sintomatologia sia chiaramente eccessiva o non correlata a questa.

Cura della fobia sociale

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La cura della fobia sociale può prevedere un trattamento farmacologico psicoterapico o una combinazione di questi. Ovviamente è un percorso che va individuato insieme al medico curante.

Una delle strategie terapeutiche, secondo l’approccio cognitivo-comportamentale, è l’esposizione graduale del paziente a contesti fobici temuti.

Il paziente, insieme al medico curante, costruisce un percorso di esposizione graduale ma prolungata alle situazioni sociali temute.

Per poter affrontare con successo tale esposizione, il paziente viene precedentemente preparato a gestire le proprie risposte emotive tramite tecniche di rilassamento, respirazione e meditazione.

Inoltre, insieme allo psicoterapeuta curante, vengono analizzati e poi modificati i pensieri, le paure e le emozioni che scaturiscono in quei determinati contesti.

Ad. esempio i pensieri automatici come: “non riescirò mai ad integrarmi nel gruppo” vengono lavorati e sostitutiti con pensieri più realistici come “io faccio parte del gruppo e gli altri mi accettano per come sono“.

Per quanto riguarda l’utilizzo di psicofarmaci, alcuni studi hanno mostrato una buona efficacia. In genere i farmaci maggiormente utilizzati in questi casi sono i farmaci antidepressivi ((https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16282842/).

L’utilizzo dei psicofarmaci è comunque una decisione spettante al medico psichiatra curante.

@theappliedpsychology

Attacchi di panico e disturbo di panico

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Sentiamo spesso parlare di attacchi di panico e una grande parte di noi purtroppo lo ha sperimentato sulla propria pelle almeno una volta nella vita.

Ma vediamo la differenza tra un attacco di panico ed il disturbo di panico.

L’attacco di panico è un episodio di ansia acuta, nel quale si verifica un repentino ed incontrollato aumento della paura in risposta a qualcosa che viene percepito come pericolo. Tale paura insorge in modo improvviso e intenso, ma ha generalmente una durata molto breve. La comparsa improvvisa può verificarsi a partire da uno stato di quiete oppure da uno stato ansioso e raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano quattro (o più) dei seguenti sintomi:

  • Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
  • Sudorazione
  • Tremori
  • Dispnea o sensazione di soffocamento
  • Dolore o fastidio al petto
  • Nausea o disturbi addominali
  • Sensazioni di vertigine, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
  • Brividi o vampate di calore
  • Parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
  • Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi)
  • Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
  • Paura di morire

Si possono distinguere due tipi differenti di attacchi di panico:

  1. attacchi attesi o situazionali – la persona coinvolta riesce ad identificare l’elemento che lo ha scatenato, la fonte della paura.
  2. attacchi inaspettati– la persona prova una forte paura senza però riuscire ad identificarne la causa
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Frequente è la comorbilità con diverse patologie organiche quali prolasso della valvola mitrale, ipertensione, asma, sindrome dell’intestino irritabile, emicrania ecc.

E spesso associato ad altri disturbi d’ansia e da solo non viene considerato un disturbo in quanto si tratta di un episodio circoscritto e transitorio e chiunque potrebbe sperimentarlo almeno una volta nella vita.

Il disturbo da panico, invece, è una condizione patologica caratterizzata da ripetuti attacchi di panico associati ad una serie di sintomi di lunga durata e di comportamenti presenti anche nel periodo libero dagli attacchi.

Caratteristiche del disturbo di panico

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Gli attacchi possono presentarsi in serie molto diverse tra di loro ed è proprio questa caratteristica a renderlo ancora più temuto in quanto viene completamente a mancare la dimensione del controllo rispetto all’evento.

Inoltre, la percezione del battito cardiaco amplificato ed accelerato è spesso molto preoccupante poichè i sintomi possono ricordare quelli dell’infarto mentre la tachicardia nell’attacco di panico è innocua e tende a scomparire nel giro di qualche minuto.

Quadro clinico

Nel disturbo di panico gli attacchi di panico sono tipicamente, soprattutto all’inizio del disturbo, improvvisi e ricorrenti: tendono infatti a presentarsi più volte in assenza di un chiaro fattore scatenante (non situazionali), spesso anche in momenti in cui il soggetto dovrebbe sentirsi più rilassato, come durante il sonno (fino in 1/3 dei pazienti sperimenta attacchi di panico notturni) o il risveglio.

La gravità dell’attacco di panico può essere variabile: in alcuni casi il soggetto manifesta attacchi completi polisintomatici, in altri casi, invece, si verificano attacchi paucisintomatici (<4 sintomi secondo i criteri DSM-5).

A causa della forte connotazione somatica del disturbo è frequente che il paziente, spaventato dai sintomi fisici, si rivolga a servizi di emergenza oppure al medico di medicina generale richiedendo accertamenti internistici/cardiologici.

Spesso il paziente, con il ripresentarsi degli attacchi, diventa sempre meno rassicurabile, sviluppando timori di carattere ipocondriaco per cui i sintomi sarebbero così dovuti a una malattia non diagnosticata.

Contestualmente, il soggetto si preoccupa della possibilità che si ripresentino nuovi attacchi, manifestando elevati livelli di ansia anticipatoria che, a loro volta rappresentando un’importante fonte di stress, aumentano la probabilità di un nuovo attacco.

Con il progredire del disturbo, gli attacchi di panico tendono a presentarsi con maggiore frequenza, anche nel contesto di situazioni innocue e quotidiane (per esempio, mentre il paziente si trova alla guida, sui mezzi pubblici, in luoghi affollati ecc.).

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In questo caso, per un fenomeno di condizionamento, il soggetto comincia a pensare che le situazioni quotidiane in cui si sono verificati gli attacchi siano la causa del disturbo e che un eventuale attacco di panico possa risultare intollerabile per le conseguenze sociali dello stesso (per esempio, paura di essere valutati negativamente dagli altri). Non è raro che quindi, quando il paziente si ritrova nella situazione temuta, manifesti un nuovo attacco di panico, in questo caso, definito situazionale.

A causa di ciò, il paziente può strutturare condotte di evitamento delle situazioni temute con conseguente graduale deterioramento del funzionamento globale e riduzione della qualità della vita.

Si viene a creare così un circolo vizioso dal quale è difficile se non impossibile uscirne da soli. Bisogna, quindi, come prima cosa accettare di avere un problema e farsi aiutare. Bisogna assolutamente rivolgersi ad uno specialista in grado di darvi gli strumenti per capirne la causa ed insieme a lui iniziare un percorso di terapia in grado di trattare i sintomi del disturbo.

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La cura del disturbo di panico e la gestione degli attacchi di panico può prevedere diverse modalità terapeutiche. In genere i trattamenti possono essere di tipo farmacologico, psicoterapeutico, oppure integrare farmacoterapia e psicoterapia.

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Bias Cognitivi

Quando la mente mente

La razionalità umana viene ostacolata da distorsioni del giudizio (bias cognitivi) che portano a errori sistematici nel momento in cui occorre prendere decisioni in condizioni di incertezza. (Daniel Kahneman)

I bias cognitivi sono dei costrutti fondati su percezioni errate o deformate, su pregiudizi o ideologie. Sono errori cognitivi che possiamo trovare nella vita di tutti i giorni in merito a decisioni, comportamenti o processi di pensiero. Sono delle “scorciatoie mentali” che mancano di spirito critico.

I bias cognitivi sono inevitabili ed è stato dimostrato che tutti, anche le persone piú intelligenti ed analitiche, ne sono vittime.

I bias cognitivi sono moltissimi e gli psicologi hanno cercato di raggruparli sulla base di alcune diverse teorie cognitive.

In seguito ad una elaborata ed ampia ricerca empirica, Ceschi e Sartori hanno individuato 5 categorie generali di bias cognitivi.

  1. Ancoraggio o trappola della relatività: nel prendere una decisione, l’individuo considera un numero limitato di elementi, ancorandosi su un unico valore che viene poi utilizzato come unico elemento di paragone. La mente umana, quando deve fare una stima di tipo numerico su un tema che non conosce, si aggrappa a un qualunque riferimento numerico per aggiustarlo solo successivamente.
  2. Costo: l’individuo sopravvaluta il valore dei costi e delle perdite e prende la decisione di conseguenza. L’avversione per le perdite e la paura o non volontà a sostenere i costi condizionano le decisioni della maggior parte di noi.
  3. Desiderio: l’individuo prende la decisione basandosi solo sul suo desiderio. In effetti, per ogni persona non c’è piacere inconscio maggiore che essere adulati o adularsi.
  4. Framing: l’individuo prende la decisione secondo il suo schema mentale senza considerare altri elementi, senza guardare obiettivamente alla questione.
  5. Rappresentatività: l’individuo è portato a prendere la decisione tra le opzioni piu rappresentative e mentalmente disponibili. La mente,infatti, ha spesso difficoltà ad elaborare giudizi di probabilità sull’incidenza di un evento in un determinato processo decisionale.

Esempi di bias

Come gestire i bias cognitivi:

Beh, inanzittuto bisogna accettare di averli. In fin dei conti siamo tutti esseri umani quindi è abbastanza normale essere vittime della nostra mente. Per questo motivo, è importante considerare le opinioni personali non come fatti, ma come ipotesi ed accettare che avere la prova dell’errore significa semplicemente imparare.

Quindi, prima di prendere una decisione pensiamoci bene, nutriamo lo spirito critico cercando fonti, chiedendo informazioni o consigli a chi ha già avuto esperienza nel settore, cogliendo campanelli di allarme e analizziamo la situazione a 360°.

Infine, bisogna allineare valori e azioni e ragionare bene su quali sono i nostri valori individuali e quali sono quelli che ci sono stati “impressi” nella mente subconscia dalla famiglia, dalla società, dall’ambiente circostante. Non lasciamo che il nostro comportamento sia influenzato da scorciatoie mentali, che possono portarci a fare errori di valutazione. 

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Introduzione al concetto di depressione: depressione anaclitica e depressione introiettiva

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La depressione è un concetto di patologia specifica. Anche se negli ultimi anni si è diffuso il concetto di depressione come stato temporaneo di tristezza, stress o mancanza di energia, chiariamo sin da subito che la depressione è una patologia non uno stato d’animo temporaneo.

Nella letteratura vi sono differenti formulazioni sulla depressione. Da tutte queste formulazioni si evince che, qualunque componente biochimica vi possa essere, i pazienti esperiscono la depressione sul piano psicologico come un disturbo dell’autostima nel contesto delle relazioni interpersonali fallimentari.

Queste relazioni dell’infanzia vengono interiorizzate e possono successivamente, in età adulta, essere riattivate con l’esordio di disturbi affettivi maggiori.

Il tormentato mondo interno delle relazioni oggettuali viene allora esteriorizzato anche nell’ambito delle relazioni attuali nel mondo del paziente.

La depressione dimostra una stretta connessione tra le intime relazioni interpersonali di un individuo e il mantenimento dell’autostima.

Nei termini della psicologia del Sé, la depressione può essere vista come la disperazione conseguente al fallimento da parte degli oggetti del Sé nel gratificare i bisogni del Sé di rispecchiamento, gemellarità o idealizzazione.

Blatt (1998) ha suggerito che da un punto di vista psicoanalitico queste varie prospettive teoriche descrivono due tipologie sottostanti di depressione.

La depressione anaclitica è caratterizzata da sentimenti di impotenza, solitudine e fragilità correlati a paure croniche di abbandono e di mancanza di protezione.

Gli individui affetti da questo tipo di depressione sentono un intenso desiderio di essere accuditi, protetti ed amati.

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La depressione anaclitica è caratterizzata dalla vulnerabilità rispetto alla rottura di relazioni interpersonali e si manifesta prevalentemente come sentimento disforico di abbandono, perdita e solitudine.

La depressione introiettiva, invece, è caratterizzata da sentimenti di inutilità, fallimenti, inferiorità e colpa.

Gli individui che ne soffrono sono particolarmente autocritici e soffrono di una paura cronica della critica e della disapprovazione da parte degli altri. Sono eccessivamente perfezionisti e competitivi e si sentono costantemente spinti a raggiungere risultati ottimali a livello scolastico o professionale.

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La depressione introiettiva comporta una vulnerabilità al venir meno di un senso di sé positivo ed efficiente; si manifesta soprattutto con sentimenti disforici di senso di colpa, fallimento e inutilità, e con la sensazione di non disporre più della propria autonomia e del proprio potere.

La depressione dunque, è una patologia che può avere effetti anche molto gravi su chi ne è affetto.

Per questo motivo, bisogna evitare di fare autodiagnosi ma bisogna rivolgersi ad uno specialista non appena si presentano i primi sintomi.

Inoltre, per una persona depressa può risultare difficile ammettere di avere questa patologia e quindi non si rivolgerà ad uno specialista.

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E importante cercare di aiutare le persone intorno a noi che presentano sintomi duraturi e impellenti di tristezza, perdita di energia, di appetito, di concentrazione, ritiro della vita sociale.

I sintomi della depressione sono moltissimi e variano da persona a persona per cui bisogna porvi particolare attenzione a non sottovalutarli.

@theappliedpsychology

Esiste un segreto per la felicità?

Che cos’è e da che cosa dipende veramente?

Iniziamo dando un’occhiata alla definizione della parola felicità. Cos’è la felicità secondo la definizione classica?

felicità s. f. [dal lat. felicĭtas –atis]. – 1. Stato e sentimento di chi è felice: pienaintera f.; una fserenapuratranquillasenza ombreaspirare alla f.; trovare la fsulla terragodereassaporare momenti di f.; l’eterna f., la beatitudine celeste; felicità!, augurio (oggi molto meno com. di salute, e talora scherz.) a chi starnuta. Con senso più prossimo a «gioia»: provò un’intima f.; iron., che f.!, a proposito di cosa molesta, di grattacapi e sim. 2. Opportunità, convenienza, e in genere la qualità di ciò che è riuscito in modo eccellente: fdi una frasedi un’espressionedi un’ideacon quanta fi suoi concetti descrivesse

Quello che a me piace di più di questa definizione e con il quale mi trovo pienamente d’accordo è il concetto secondo il quale la felicità è uno stato, uno stato mentale.

E se è uno stato mentale, allora lo possiamo gestire perchè siamo noi padroni della nostra mente.

Quindi non sono le cose o le persone a renderci felici ma se siamo felici riusciremo ad ottenere quello che vogliamo e a circondarci di persone insieme alle quali siamo felici.

Io non credo che ci sia un segreto della felicità o un segreto che ci aiuti ad essere sempre e comuque felici.

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Penso che sia più che altro una questione di scelte, di responsabilità e di azioni.

Inizia tutto con la scelta di voler essere felici ed assumersi la responsabilità per la propria felicità senza attendere che siano gli altri a renderci felici. Una volta presa la decisione e assunta la responsabilità ci resta solo fare le azioni che ci rendono felici.

Attenzione però a non cadere nella trappola di Alice nel paese delle meraviglie. Nella vita ci sono momenti felici e momenti meno felici. Avere dei giorni No, essere tristi, svogliati e stanchi ogni tanto è normale e non bisogna negare questi stati d’animo. Bisogna viverli e lasciarli andare.

Mentire a se stessi e negare che ci siano anche dei momenti No nella vita fa male e non è realistico.

Bisogna più che altro accettare consapevolmente che nella vita ci sono anche momenti più difficili ma non sono quelli a dare il senso della nostra vita. Sono dei momenti che supereremo in qualche modo ed è meglio farlo con serenità.

A questo proposito, la Harvard University ha svolto quello che è probabilmente uno degli studi più lunghi effettuati: Lo studio sullo sviluppo (Harvard Study of Adult Development) <<https://news.harvard.edu/gazette/story/2017/04/over-nearly-80-years-harvard-study-has-been-showing-how-to-live-a-healthy-and-happy-life/>>

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In questa ricerca gli studiosi si sono chiesti che cosa rendesse felici le persone nella loro esistenza.

Per 75 anni, i ricercatori hanno seguito le vite di 724 persone analizzando ogni aspetto della loro vita sia tramite questionari che tramite colloqui faccia a faccia.

Inoltre, sono state analizzate le loro cartelle cliniche, le loro situazioni lavorative, la loro quotidianità. Insomma, è stato fatto un report a 360 gradi delle vite di queste persone.

I risultati di questi studi sono impressionanti. Più che altro penso che sono cose che tutti noi sappiamo e diamo per scontato ma che di fatto non applicchiamo molto nella vita di tutti i giorni.

  • Le relazioni sono importantissime per il benessere psicofisico, mentre la solitudine può uccidere.

Dallo studio di queste persone è emerso che le persone con più relazioni positive, amici, famiglia, comunità, sono più felici, più in salute e vivono più a lungo delle persone con meno legami mentre la solitudine provoca un peggioramento della salute e a delle vite più brevi.

  • Il punto sopra vale solo se le relazioni sono profonde, positive e sincere.

Non conta il numero di relazioni che abbiamo o il numero di persone che ci circondano ma conta la qualità delle relazioni che abbiamo con queste persone. Se ci circondiamo di tantissime persone manipolatrici con le quali instauriamo un rapporto tossico, il risultato è disastruoso.

  • Le relazioni non proteggono solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello.

Sappiamo bene che mente e corpo sono interdipendenti quindi se uno ne trae giovamento dalle relazioni che abbiamo allora lo farà anche l’altro. E stato osservato che nelle persone che hanno relazioni in cui sanno di poter contare sull’altro in caso di bisogno, il cervello tende a invecchiare più lentamente e si hanno meno problematiche di memoria legate all’invecchiamento.

Attenzione a non assumere che i litigi o i conflitti siano indice di una relazione tossica. Anzi, i conflitti spesso danno uno spunto di crescita e di maturità della relazione. L’importante è saper gestire eventuali conflitti in maniera rispettuosa e matura, discutendo e ascoltanto attivamente ed empaticamente.

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